Scrivo all'indomani di due eventi importanti che hanno visto il nostro paese riflettere sulla condizione femminile nel mercato del lavoro.
Il primo, di presentazione del Libro Bianco sul Welfare da parte dell'Assessore alla Famiglia Conciliazione Integrazione e Solidarietà Sociale delle Regione Lombardia si è tenuto a Bruxelles il 25 gennaio, in occasione di un work-shop di alto livello per esperti del Comitato Economico e Sociale Europeo. Il secondo ha avuto luogo ieri presso la Sala Zuccari del Senato dove l'Associazione Pari o Dispare ha invitato il Ministro Fornero (o la Ministra. il Sig. Ministro, la Sig.ra Ministra, la Fornero per i più audaci) a riflettere sul futuro del lavoro femminile, tra domanda, servizi e cultura (link al programma della giornata di ieri).
Sebbene eventi diversi con obiettivi e relatori diversi, i due appuntamenti sono stati connotati da un fattore comune: l'elemento di crisi e di recessione che pare costituire un ostacolo insormontabile o difficile da affrontare per chi fino a ieri progettava politiche pubbliche basate sull'utilizzo di fondi pubblici.
La domanda dei commissari di Bruxelles ai rappresentanti di Regione Lombardia (di cui facevo parte come consulente) è stata appunto: come è possibile immaginare un sistema di welfare che includa interventi e politiche di conciliazione famiglia-lavoro in una fase di crisi e recessione come questa? non ci sono più risorse per i servizi, diminuiscono i salari e quindi le famiglie ripiegano sulle reti famigliari rinunciando all'utilizzo delle strutture che costano, diminuisce l'occupazione femminile perché le donne non trovano abbastanza conveniente lavorare. Quali soluzioni sono prefigurabili in tale contesto?
E simile è stato l'intervento di Fornero: non ci sono risorse aggiuntive che consentano di alimentare un sistema di compensazioni che sancisce una disparità tra generi. Fino a ieri tutto il welfare gravava sulla figura femminile e la curva dei redditi maschili era costante. Oggi aumentano i consumi delle famiglie e le donne debbono lavorare ma la loro curva dei redditi è discontinua. La prima cosa che abbiamo ritenuto importante fare è stato eliminare il sistema delle compensazioni. Le donne lavoreranno tanto quanto gli uomini e dovranno preoccuparsi di rendere la curva del reddito il più regolare possibile attraverso una maggiore cultura finanziaria, tanto più se si considera che quando le donne lavorano fanno anche figli e che le donne hanno maggiori aspettative di vita in una condizione di scarsità di risorse.
Insomma la sostanza è che di risorse da dedicare alla questione femminile non ce ne sono più. Non ci sono più i fondi Equal, non ci sono i dieci miliardi di lire per la legge 125/91, non ci sono piùrisorse per la legge 215/92 . Stanno per terminare, a quanto pare, anche i fondi dell'articolo 9 della legge 53/2000.
E fin qui tutto chiaro. Benissimo. Che ci si debba arrangiare è un dato di fatto, che ci si appelli al concetto di sussidiarietà va bene ed è condivisibile nel principio di fondo che "le decisioni vadano prese ai livelli il più possibile prossimi al cittadino", (se la famiglia ad esempio intende scegliersi una soluzione, va supportata e non forzata ad utilizzare le soluzioni calate dall'alto o imposte dalla politica pubblica). Ma il principio non arriva a dire che tale prossimità corrisponde esattamente al cittadino stesso.
E comunque, posta la condivisione del principio di sussidiarietà, cosa può fare il governo, il politico, l'istituzione, il decisore o legislatore per dare risposta a un problema riconosciuto da tutti come prioritario? Riconosciuto da destra a sinistra in Italia, da Nord a Sud in Europa? Ad un problema che costringe i paesi europei a rinunciare ai meriti e talenti femminili oltre che alla crescita che la loro valorizzazione comporterebbe?
I tentativi di risposta sono stati molteplici sia a Bruxelles che a Roma, seppur formulati in modi diversi da soggetti diversi.
A Bruxelles:
- l'Assessore Boscagli ha presentato il Libro Bianco insistendo sul tentativo che Regione Lombardia sta facendo di stimolare processi locali di integrazione delle politiche: sono stati sottoscritti 13 accordi locali sulla conciliazione cui hanno fatto seguito 13 piani territoriali per la conciliazione; vengono formati e informati gli operatori degli enti pubblici coinvolti (Regione Lombardia, Province, Asl, Consigliere Parità, Cciaa, Comuni) per fare sì che divengano "imprenditori di rete" e che siano in grado di indirizzare politiche e interventi verso la conciliazione (favorendo ad esempio l' aggregazione tra imprese che condividono strutture di servizi o modelli organizzativi alternativi o una contrattazione di secondo livello innovativa in tal senso); vengono formate e informate le aziende e gli operatori del terzo settore perché sappiano interloquire con il mondo del lavoro e dell'economia nella prgettazione di servizi più flessibili; vengono stimolati i rappresentanti territoriali a creare meccanismi di premialità per le aziende che si impegnano sul fornte della conciliazione famiglia-lavoro;
- Ester Sànchez, segretaria per il Lavoro e Relazioni Industriali del Governo Catalano ha sottolineato i risultati raggiunti da un progetto di sperimentazione di politiche di conciliazione famiglia-lavoro condotto in oltre 40 aziende catalane ovvero una riduzione dell'assenteismo, una maggiore soddisfazione di lavoratori/trici e manager, una maggiore produttività;
- alcuni partecipanti hanno evidenziato i benefici del modello tedesco dell'audit come procedura sdeguata a spingere le aziende a cambiare cultura, a certificare la propria attenzione alle politiche per la famiglia in cambio di vantaggi alle aziende quali ad esempiopunteggi aggiuntivi nelle gare di appalto;
e a Roma:
- le senatrici Ghedini e Bonfrisco hanno proposto, a costo zero o scommettendo sulla crescita, l'adozione di politiche fiscali vantaggiose per favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, l'introduzione di sistemi fiscali che premianti per i lavoratori/trici e per le imprese che intraprendono percorsi virtuosi. L'una puntando sulla defiscalizzazione del costo del lavoro, l'altra sulla defiscalizzazione o detassazione del reddito di impresa ma entrambe d'accordo sulla possibilità e necessità di ri-sistemare l'attuale impianto fiscale in favore delle donne;
- Edenred ha insistito sulla utilità del ricorso ai buoni sociali come già fanno con successo Francia e Inghilterra in modo da vincolare parte del salario dei lavoratori/trici all'utilizzo di servizi che stimolano a loro volta la crescita (aumento redditi, aumento addetti, aumento pil). La ricerca di Edenred ha peraltro messo in luce anche l'altissima richiesta di orari di lavoro più compatibili con i carichi di cura famigliari
- Man At Work e Italia Lavoro hanno richiamato l'attenzione sulla importanza di rendere possibile la partecipazione dell donne al mercato del lavoro attraverso flessibilità, banca ore, job sharing, e-working e una cultura diversa della gestione del personale. Man at Work ha sottolineato l'importante ruolo giocato da art 9 legge 53/2000 nello stimolo all'adozione di pratiche di flessibilità conciliativa;
E questi sono solo alcuni dei moltissimi contributi che sono stati esaustivamente espressi in occasione dei due eventi; contributi che ci suggeriscono che sancire la parità attraverso una cancellazione del sistema delle compensazioni come ha dichiarato Fornero, non possa essere IL punto, LA soluzione. Potrebbe forse essere un punto di arrivo o se non altro uno dei punti di una ristrutturazione generale delle norme che regolano il mondo del lavoro, che regolano il sistema fiscale, che influiscono sulle politiche imprenditoriali e sulla crescita del paese.
Se la partecipazione delle donne al lavoro è davvero strumento di crescita e lo si reputa tale alla stregua delle politiche per l'internazionalizzazione o per la green economy, o per l'aggregazione di imprese (per le quali qualche risorsa ancora c'è) anche in una fase di scarsità di risorse, le poche che ci sono vanno utilizzate nella direzione di modificare i comportamenti delle famiglie, delle imprese, dei decisori locali. Che non significa necessariamente finanziare nuovi interventi ma migliorare e integrare quelli esistenti (perché non internazionalizzare, non aggregare, non garantire il lavoro in via privilegiata per donne e imprese femminili? perché non agire anche sulla finanza, sul sistema di rating del lavoro femminile?). Si tratta di semplici politiche di mainstreaming che richiedono una forte volontà del politico e del legislatore prima che la disponibilità di risorse (sappiamo quanto serva la sola diffusione di concetti positivi e costruttivi e quanto male hanno fatto le cattive teorie alla cattiva pratica).
Per questo l'attenzione di Bruxelles nei confronti della sperimentazione di Regione Lombardia è molto alta. Regione Lombardia sta cercando di incidere sui processi, di individuare le leve del cambiamento che consentano agli interventi una sostenibilità futura. Si tratta spesso di riorientare i comportamenti di gruppi culturali (es: imprese) che per troppi anni hanno agito secondo stereotipi o credenze diffuse (che il part-time costa più del full-time, che chi lavora da casa produce meno, che più tempo di lavoro significa sempre più risultati, che una madre è inaffidabile, ecc).
Gli stessi relatori di ieri in Senato hanno insistito sul livello di innovazione della Lombardia.
L'auspicio è che si rafforzi la sinergia tra Regioni e Stato per la definizione di una prospettiva condivisa e di una strategia ferma, concreta e urgente che incida trasversalmente su tutti gli strumenti a disposizione e non soltanto su quelli specificamente dedicati alla questione femminile che sono ormai pochi, affaticati e dotati di insufficenti risorse per rispondere a una carenza di sistema.
Sulla necessità che il peso della conciliazione e della parità non ricadano sulle imprese, ecco un link ad un mio contributo pubblicato ieri su Ingenere e LaVoce.Info.
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